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Gio Monti
L'UOMO DI CAIRO
Capitolo 1
La Gente, quella massa oscura e inerme pronta ad azzuffarsi per il nulla materiale che governa questo universo, mi ha sempre dato fastidio...la Gente.
Ma c'è stato un periodo in cui riuscivo a parlare con la Gente, a volte solo del più e del meno...a volte invece credevo addirittura di aver instaurato un rapporto duraturo, con qualcuno, ma ormai ho capito che Io non appartengo a questa civiltà disfatta, composta dal sembrare e non dall'essere.
A proposito dell'essere, io non ho mai capito chi ero, nè chi sono, ma so chi sarò: sarò quello che metterà a posto i torti subiti dagli ultimi, perchè la Giustizia non esiste, Dio è morto, nei campi di sterminio e nelle auto prese a rate, o forse nei miti dell'estate ? Mi scappa da ridere quando ci penso, eppure...
Ripeto, compirò io l'atto finale, vendicherò i torti del bambino andicappato malmenato dal bullismo in classe e di quelle povere creature che non hanno mai potuto fare niente per ribellarsi al Sistema, i lupi smetteranno di sbranare le pecore.
Ma ora basta riflettere, o mi si appanna la mente, devo essere lucido per affrontare la Gente, domani potrei cominciare il lavoro, o forse aspetterò ancora qualche giorno, nel frattempo dormirò e mi guarderò un po' di televisione.
Mentre riflettevo su me stesso accartocciato sul divano, il telefono si mise a squillare spasmodicamente, “non rispondo” pensai, ma poi come ipnotizzato tirai su la cornetta, sul display compariva la scritta NUMERO RISERVATO, “ma riservato da chi? Chi cazzo sei?” e mentre ci pensavo risposi con voce pacata e tranquilla <<Si..>>, la voce della femmina era dolce e sublime come i suoi capelli probabilmente <<Buongiorno signor Nomagio, sono Anna di InfoTeleRadio, stiamo promuovendo una nuova tariffa per l'abbonamento alla linea...>> io interruppi la sua trafila <<Non mi interessa, non chiamatemi più>>.
Buttai giù il ricevitore, per la Gente io ero un fantasma, ma non per le aziende telefoniche, loro sapevano che esistevo e mi chiamavano ogni giorno, o forse era un modo per tenermi sotto controllo....il Sistema mi stava attanagliando, dovevo staccare i ponti , ma lo avrei fatto il giorno dopo pensavo, ora dovevo tornare sul mio stramaledetto divano di pelle e dormire.
In realtà quel pomeriggio non riuscii a prendere sonno, avevo già dormito dodici ore la notte precedente, ma cercavo una scappatoia per non affrontarla, quella fottuta giornata di sole.
Dalla finestra scorsi una coppia su una panchina intentta a scambiarsi effusioni, col pensiero li avevo già uccisi, ma mi venne in mente Gloria e cercai il suo numero nella rubrica del mio cellulare, un vecchio Siemens A55 con display in verde e nero.
Mentre osservavo lo scorrere dei nomignoli in rubrica, cercai di ricordare per ogni nome il suo volto, quanta gente inutile...dopo un certo Giacomo di cui non ricordavo neppure i tratti somatici terminai su Gloria e le feci un primo squillo, attesi qualche secondo, credo mezzo minuto, non rispondeva, decisi allora di scriverle un SMS <<Ciao come stai?>>, era banale, ma non potevo certo fare un simposio per messaggi, passarono le ore e lei non mi rispondeva, feci ancora un paio di squilli, poi decisi che forse era meglio lasciare perdere, forse aveva da fare...ma era una scusa, sapevo che non aveva nulla da fare se non che proprio non le andava di rispondermi, mi riteneva un pirla anche lei, come tutti gli altri, come tutta la Gente.
Capitolo 2
Quel giorno stavo rincasando dalla COOP munito del mio sghembo sacchetto con la spesa: un paio di merendine di una sottomarca e una bottiglia di aranciata Guizza, il tempo era pallido e la gente apatica come lombrichi che strisciano sotto il sole della Savana, io cercavo di non badarci e di apprezzare la Primavera nascente, quando d'un tratto la vidi: Gloria.
Vestita i jeans e maglietta bianca le notai i seni sporgenti e mi decisi a passarle accanto.
Lei era ferma, ritta a contemplare la via, forse aspettava qualcuno, forse il fato aveva fatto in modo che ci incontrassimo quel giorno e ci innamorassimo l'uno dell'altra.
<<Ciao!>> le dissi, lei mi sorrise e rispose al saluto, ne restai abbagliato, era il giorno più bello della mia vita e non riuscivo a trovare il coraggio di dirle altro.
Continuai a stare di fronte a lei con la mia borsa in mano, finchè non si ruppe e mi caddero in terra le brioches e la Guizza, che rotolò sul marciapiede sporco di cicche.
<<Ti aiuto!>>, ci accucciammo entrambi a raccogliere la mia spesa, io ero incantato dai suoi morbidi riccioli dorati, non sapevo cosa fare e la guardai.
Entrai dentro i suoi occhi azzurri e la ringraziai sommessamente per la sua presenza gentile, dopodichè un colpo di clacson mi trafugò dal sogno incantato.
Ella salutò l'uomo sull'automobile, un coupè rossa fiammante <<Arrivo!>>, mi rivolse un ultimo sorriso e corse verso l'auto sportiva.
L'uomo al volante era il tipico bellimbusto, probabilmente idiota, ma che ci sapeva fare, il sogno mi si era frantumato definitivamente.
L'auto ripartì rombante e io restai solo, in mezzo alla strada, con le mie brioches in mano.
Capitolo 3
Qualche anno prima avevo acquistato una replica di una Berretta Parabellum, una pistola ad aria compressa, per fare un po' di tiro a segno e distrarmi un po', in fondo la cosa scaricava i nervi ed era salutare per me.
Quel giorno decisi di giocarci un po' e andai a cercarla nel cassetto.
La trovai ancora in perfetto stato, la caricai con la bomboletta mezza piena che possedevo ancora dall'ultima volta che l'avevo utilizzata e la caricai con i suoi pallini di plastica.
Provai a fare due tiri contro alcuni oggetti in casa, mirai ad una lattina vuota sul tavolo, la centrai e andò a sbattere in terra fragorosamente.
Trascorsi mezza giornata a sparare pallini di plastica lungo il corridoio, in camera da letto, persino in bagno, lo trovavo divertente e in fondo non avevo nulla di meglio da fare.
Purtroppo avevo trascurato che gli oggetti che cadevano facevano rumore e mi ritrovai a subire per l'ennesima volta i lamenti del vicino d'appartamento.
Il signor Francesco, infastidito, mi intimò con un urlo di smetterla di fare rumore, avevo sempre cercato di mantenere i buoni rapporti con il vicinato, pertanto posai il revolver e stetti seduto in silenzio, finchè il signor Francesco non smise il suo brontolio.
La sera cenai con un paio di merendine e alcuni biscotti che avevo ancora, non mi andava di cucinare, ero triste.
Il giorno dopo, pensai, sarei andato in capagna a fare un po' di tiro a segno.
Mio nonno aveva una casa intorno a S.Giulia,non ci andava più perchè era diventato vecchio, là ero sicuro che non avrei disturbato nessuno.
Capitolo 4
Quella mattina presi la scatola contentente la pistola e di buona lena scesi le scale per recarmi alla mia automobile, una vecchia Punto bianca con alcune ammaccature sulla carrozzeria, ma per il resto funzionava bene.
Sulle scale incrociai il signor Francesco, che mi squadrò. <<Buongiorno!>> dissi io passandogli accanto, lui :<< Buongiorno una merda! Lo dice lei buongiorno, che non ha niente da fare se non fare casino e non lasciarmi dormire...>>. <<Mi scusi ma io..>> cercai invano di placarlo, ma lui continuò senza lasciarmi parlare alzando la voce gradualmente <<...sono tre anni che non dormo, da quando lei abita qui, lei fa troppo rumore, lei non sa vivere in condominio glielo dico io...>>, <<No, è che...mi scusi...>> cercai di difendermi senza riuscirci e lui salendo le scale verso il suo appartamento continuò a borbottare <<...mi scusi una sega, se ne vada fuori dai coglioni per qualche giorno poi ne riparliamo...buongiorno una merda e vaffanculo una sega glielo dico io...>>.
La giornata era iniziata in modo pessimo, il mio umore era a terra, non avevo più voglia di andare in campagna, guardai il telefono meditando di mandare un messaggio a Gloria, poi pensai che aveva da fare, forse era al lavoro, lasciai perdere e scesi le scale lentamente.
Durante il viaggio in automobile mi rilassai, la giornata era calda, ma non eccessivamente, gli alberi erano in fiore e la campagna trasmetteva la solita pace di cui la mia mente aveva bisogno.
Non trovai molte altre automobili sulla carreggiata, superai un solo ciclista, ero fuori dal mondo finalmente, fuori dalla portata del Sistema, ero laddove i cellulari non hanno campo, ero nel Sinai e mi sentivo padrone di quei prati e di quel cielo azzurro.
La casa di mio nonno, una catapecchia in pietra del primo Novecento, era ancora là, l'erba intorno era alta, sapeva di abbandonato e difatti lo era.
Trascorsi gran parte della giornata a sparare contro una vecchia scatola di Tonno Nostromo che trovai arrugginita tra gli arbusti, feci fuori anche qualche lucertola, ma dopo un po' non mi dava più piacere uccidere animali innocenti, anzi me ne pentii e iniziai a piangere, seduto sulla panca innanzi a casa.
Ai miei piedi notai un formicaio, mi asciguai le lacrime con un fazzoletto e mi soffermai su quel piccolo forellino nella terra.
Quegli esserini straordinari con le antenne erano tutt'intorno a cercare cibo, d'un tratto un bacherozzo dall'aria lenta e persa giunse nei pressi delle formiche e notai come il loro sistema di comunicazione fosse evoluto quanto il nostro.
Si richiamavano a distanza, come munite di walkie-talkie e raggiunsero in massa il bolso intruso nero, che ai miei occhi appariva perduto, come me.
Io e il Sistema....il bacherozzo nero e le formiche...non potevamo nessuno dei due vivere in quella situazione, potevamo resistere un po' forse, ma poi saremmo stati schiacciati e distrutti.
E fu così che gli si avventarono addosso morsicandolo, inondandogli il corpo del loro veleno e lui non poteva fare nulla...era inerme, potevo salvarlo...ma non avevo fatto nulla, ero come quelle persone che dalla loro finestra vedono uno stupro e non fanno nulla per sventarlo, non chiamano aiuto, lo osservano col timore che un giorno possa capitare alla loro figlia...ma non fanno nulla.
Mentre le formiche portavano il loro trofeo tramortito dentro il formicaio per il banchetto, osannando il bacherozzo a festa io mi alzai e andai verso la betulla.
I rami erano in fiore e un picchio vi aveva fatto il nido, tutto era splendido in quel luogo dove nessun uomo vi abitava.
Trascorsero le ore e mi addormentai, mi risvegliò lo schiamazzo di voci incontrollate, frastuoni di motori rombanti e musica rock a tutto volume...non capivo da che parte provenisse tutta quella baraonda.
Poi li vidi al di là della strada sterrata, sull'altro campo d'erba...erano i Giovani, la nuova generazione che portava tutti quegli orecchini, tutte quelle collane... invece di lavorare... probabilmente si drogavano persino, ne ero certo.
Stavano distruggendo quell'angolo di paradiso con le loro strisciate in moto e il loro baccano, io ero l'unico baluardo che poteva difendere la natura amica e mi incamminai verso di loro...pensai di nuovo al povero bacherozzo che era andato a pascolare vicino al formicaio.
I ragazzi mi videro arrivare e quello con i capelli biondi e la maglia degli Iron Maiden si rivolse alla fanciulla che aveva accanto <<Eih guarda un po' quello? guarda che faccia c'ha!>> tutti risero al suo commento e io mi fermai di fronte a loro.
<<Sentite ragazzi, questa e proprietà privata, non avete visto il cartello all'inizio della strada sterrata?>> dissi io in modo imperativo affinchè capissero che la mia persona era superiore a tutti loro messi insieme, non ebbi risposta e il tipo con la cresta da punk alzò il volume dello stereo portatile.
<<E' così che vi comportate voi giovani? non rispondete neanche quando qualcuno vi parla in modo educato?>> replicai io cercando di essere convincente, il ragazzo biondo che aveva commentato la mia apparizione iniziale rispose <<Si si ok...>> tutti risero nuovamente e mi guardavano sornioni, io persi le staffe completamente e cercai di dire qualcosa ma loro continuarono a prendermi per il culo, ormai avevano capito che ero un debole <<Visto che è proprietà privata, perchè non te ne vai te...>> e tutti risero nuovamente.
<<Vaffanculo scemo!>> disse un altro, <<Pezzo di merda!>> mi urlò una tizia mora con un trucco pesantissimo, girai le spalle per andarme a prendere la Punto e tornare a Cairo quando un tale mi lanciò una bottiglia di birra vuota tra le gambe, li sentivo ridere, avevo perso...i lupi avevano sbranato la pecora.
Capitolo 5
Il giorno dopo rincasavo quatto quatto dalla solita routine giornaliera, "Polvere" pensavo, "La gente che mi sta intorno, che mi osserva dalle vetrine, questi insulsi esseri che mi scrutano per carpirmi i pensieri, siete solo Polvere al mio confronto".
Il moccioso in bicicletta mi passò di fronte mentre entravo nel portone, lo riconobbi, era il figlio di quella coppia di bigotti che abitavano sopra di me, mentre guardavo la cassetta delle lettere con incuranza togliendovi le cartacce lasciatemi dai ragazzi che portavano i volantini pubblicitari, il bambino posò la bici e mi rivolse lo sguardo.
Era fermo d'innanzi a me, come se mi stesse contemplando ,cominciava a darmi fastidio, volevo andarmene ma lui mi rivolse la parola, sempre con sguardo attento <<Ciao, come ti chiami ?>>, <<Gaspare e tu?>> chiesi io senza un minimo di curiosità, era una risposta automatica inculcata nella mia mente quando ero fanciullo.
<<Giacomo...>> rispose lui, "Che cazzo vuoi Giacomo?" domandai tra me e me, e lui continuò a fissarmi pronunciando parole che ai miei nervi parvero lame di fuoco <<...lo sai che mia mamma e mio papà mi dicono di stare lontano da quelli come te?>>.
L'ira mi accendeva un tremore nelle mani, ma cercai di placare l'impeto e, mostrando una certa dignità nel mio atteggiamento, replicai <<Quelli come me in che senso scusa?>>, lui rispose sempre fissandomi implacabilmente <<I miei dicono che non sei normale, che sei stato in un manicomio con i matti.>>.
Solo Dio sa quanto self-control mi ci volle per non afferrare il suo tenero collo immacolato e spezzarglielo, dopodichè portare il cadavere dai suoi simpatici genitori e dire loro <<Vedete vostro figlio vi ha disubbidito, doveva starmi lontano, avevate ragione voi!>> chissà che avrebbero detto? come si sarebbero comportati?, invece, placai l'ira e salii le scale velocemente per fuggire alla vista di quel piccolo essere che ora si era messo a saltellare sul pianerottolo canticchiando una vecchia filastrocca per bambini, che uscendo dalle sue corde vocali pareva la voce di Satana mentre schernisce gli uomini con le sue beffe.
Capitolo 6
Quel pomeriggio, dopo aver pranzato, me ne stavo in estasi appollaiato dalla finestra tendendo lo sguardo sulla via sotto di me, Corso Italia, potevo scorgere la piccola chiesetta di San Rocco e più in là, la torre protesa verso il cielo di Porta Soprana, simbolo incontrastato del mio paese.
Alla mia sinistra su un colle erboso si ergeva invece un vecchio eremo ormai in sfacelo, un tempo luogo di cavalieri e fanciulle ed ora solo un mucchio inanimato di pietre vecchie.
Più in alto nel cielo azzurro vi era il Sole, che con la sua luce mi abbagliava la vista e dovetti volgere lo sguardo altrove riparandomi con una mano gli occhi.
Emanava una luce intensa, estrema, temetti che il Sole stesse per esplodere e tremai cercando di osservare il fenomeno da una fessura che feci tra le dita, poi capii, non era il Sole, forse era un meteorite.
Al telegiornale avevano detto che nel 2012 un asteroide avrebbe colpito la Terra e sarebbe stato catastrofico, forse nessuno sarebbe sopravissuto, ma era solo il 1997, no...pensai...non poteva essere, anche perchè quel corpo sferico era fisso nel cielo, esattamente come il Sole, ma era più piccolo.
Guardai la gente in strada, nessuno lo aveva notato, come potevano quelle persone non vedere quella luce circolare ed accecante?
Poi si mosse, la seguii con lo sguardo mentre solcava tutto il cielo che poteva scorgere i miei occhi.
Si allontanava sempre di più, verso le colline, oltre l'orizzonte, quando sparì restai attonito, incredulo, agitato.
Tornai in casa ed andai in bagno a risciaquarmi la faccia, ero sudato fradicio, colpa della tensione.
Cosa avevo visto? cosa poteva essere quella cosa? un disco volante? forse degli esseri di un altro pianeta ci scrutavano, erano vere quelle storie dei rapimenti? mio Dio...
Avevo paura, tirai giù le tapparelle e mi barricai nel mio appartamento al terzo piano, respirando lentamente, ascoltando i rumori in sottofondo, i passi del signor Francesco al piano di sopra e i suoi gemiti.
Rimasi un paio di giorni in quella condizione, non avevo più acceso la televisione, sapevo che poteva essere da stupidi; Temevo che loro: gli alieni, potessero arrivare a me,che mi catturassero come in quel film, com'era il titolo più? "Bagliori nel Buio"? e mi studiassero con i loro strumenti, mi immettessero cose elettroniche sotto la cute e quand'anche mi avessero liberato e riportato sulla Terra, chi mi avrebbe creduto? sarei finito per impazzire Dio mio!
Stavo al buio, non dovevano pensare che ero in casa, ma se avessero avuto delle apparecchiature per localizzarmi?, individui che viaggiano nello spazio per miliardi di anni luce di certo hanno inventato meccanismi per localizzare gli esseri viventi.
Erano due giorni che la Terra era stata invasa dagli extraterrestri, io avevo finito i viveri, l'acqua l'avevo... bevevo quella del rubinetto, ma non potevo fare a meno delle provviste, così pensai di uscire.
Misi in tasca un coltello per difendermi e aprii lentamente la porta, al buio.
Sul pianerottolo era chiaro, era mattino credo, socchiusi la porta dietro di me, mi guardai intorno e scesi giù per le scale finchè intimorito da un rumore mi fermai, mi addossai alla parete e restai in silenzio ad ascoltare.
Al piano sotto di me vi era qualcuno, sentivo i suoi movimenti, forse era uno di Loro...dovevo stare attento.
Stava salendo le scale, mi avrebbe raggiunto, cosa potevo fare? chissà quali armi poteva avere quell'essere in confronto al mio coltello da cucina...ma avevo solo quello e lo afferrai dalla tasca, lo impugnai con tutta la mia forza, finchè l'essere arrivò al mio cospetto.
Era grigio...non tanto alto e aveva qualcosa in mano...sembrava il signor Francesco.
L'essere mi guardò con aria stupita, io avevo paura, poi una voce uscì dalla sua bocca <<La deve piantare lei di fare tutto quel rumore, non si può dormire la notte, lei proprio in condimio non ci sa stare glielo dico io...buongiorno una merda!>>, dopodichè l'extraterrestre continuò a salire le scale, riconobbi cosa aveva nella mano destra, una bottiglia di vino rosso.
Come mi voltò le spalle lo colpii a tradimento con il mio coltello, l'essere urlò, io continuai a trafiggerlo macchiandomi del suo sangue rosso, come il vino contenuto in quella bottiglia che cadde sugli scalini frantumandosi in mille cocci di vetro.
L'essere dalle sembianze del signor Francesco gemette, poi morì, ne avevo ucciso uno pensai, ma chissà quanti altri ve ne sarebbero stati una volta fuori casa, forse era meglio non uscire,tornai nel mio appartamento e mi chiusi dentro.
Capitolo 7
Quando mi svegliai l'orologio dello stereo segnava le 14:28, avevo dormito metà giornata, quanto tempo buttavo via così...finchè sarebbe arrivato il giorno in cui tutto sarebbe finito e non avrei avuto più altro tempo per dormire, nè per fare altro, sarei stato sepellito sotto la terra umida e il mio corpo si sarebbe decomposto nel tempo.
Divorato dai vermi il mio essere uomo avrebbe avuto il suo scopo, nutrire quegli esseri che brulicavano sporchi, forse erano loro i veri padroni del mondo.
Avevo avuto un incubo, di quelli che ti facevano scoppiare il cuore, avevo sognato di nuovo Loro: gli extraterrestri.
Forse non era un sogno, era successo tutto realmente ed ora stavo dormendo, creando nella mia mente una nuova vita in cui il reale era fatuo e l'irreale brutalmente solido, era l'inverso, come in uno specchio.
Chi può dire che oltre uno specchio non vi sia realmente un mondo capovolto rispetto al nostro? chi può affermare con certezza che noi stiamo vivendo? forse era meglio che mi rimettevo a prendere quelle dannate pastiglie...ero più lucido quando le assumevo, restai in silenzio a riflettere su me stesso e l'universo, ascoltando al buio i passi silenziosi del signor Francesco al piano di sopra.
Squillò il telefono, mi distolse dai miei pensieri turpi, risposi automaticamente...forse era Gloria... <<Pronto..>> dissi io, una voce mi rispose, era un uomo <<Come va signor Nomagio? sono il dottor Buelli>> mi venne in mente chi era e risposi senza entusiasmo <<Ah, salve...>>.
<<E' da un po' che non si fa vivo in studio e volevo sapere come sta e se la cura che le ho dato va bene...>> continuò lui, io trasalii mettendomi una mano tra i miei capelli, mi guardai allo specchio con il cordless in mano, avevo un aspetto di merda.
<<...signor Nomagio è ancora lì? tutto bene?>>, <<Si..certo..tutto ok...non si deve preoccupare...prendo le medicine che mi ha dato e sto molto meglio!>> risposi io cercando di avere un tono di voce più convincente del solito.
<<Mi fa piacere, per qualunque problema comunque non esiti a chiamarmi se non vuole passare in studio...>> disse Buelli gentilmente, io non avevo più voglia di sentire la sua voce, la presenza del medico mi assillava, mi avviliva facendomi sentire un povero malato e risposi <<si...grazie,ma...non mi richiami più per cortesia, io non ho più bisogno di dottori,nè di pastiglie io sto molto bene glielo ho già detto...grazie comunque!>>.
Spensi il cordless e lo buttai sul letto, suonò nuovamente, era sempre Buelli...decisi di togliere la spina.
CAPITOLO 8
Quel pomeriggio mi dedicai alle faccende domestiche, il pavimento era sporco, granuli di merda circoncidevano le linee tra le piastrelle, afferrai il manico del Mocio Vileda e sfregai il panno sul pavimento della cucina, mi divertivo a debellare l'immondizia, immaginandomi un gigante che scopava sul Mondo, debellandone il marciume e le ingiustizie, ed in fondo era così, chissà quanti milioni di microbi stavo uccidendo innondandoli di detersivo che per loro avevano lo stesso effetto delle armi chimiche.
In televisione avevo visto di recente un programma sui militari italiani ammalatisi dopo aver maneggiato senza le dovute protezioni l'uranio impoverito.
All'epoca non ne conoscevano la gravità...forse un giorno scopriremo che invecchiamo e moriamo solo perchè respiriamo ossigeno, che beffa!, pensai e sorrisi sbattendo il bastone del Mocio in terra.
Lasciai il pavimento bagnato, non avevo voglia di terminare il lavoro, la cucina ora appariva come una palude, ma tanto quella sera non avevo ospiti...non veniva mai nessuno da me, riflettendo su questa cosa mi accasciai su me stesso in corridoio gettandomi in un pianto meschino, non ricordo per quanto tempo rimasi lì fermo tra le lacrime, solo e affranto a pisciarmi addosso, perchè in fondo sapevo che era colpa mia...forse dovevo prendere le pastiglie che mi aveva dato Buelli, mi sentivo un po' depresso.
Mi recai nel cesso e aprii l'armadietto vicino allo specchio, dove conservavo i farmaci: c'era ancora dell'Imodium, il Geffer invece era scaduto da due mesi, poi le trovai...le NOTTEM.....
Ne buttai giù quattro, la dose massima era di una, ma a me non interessava più di tanto il bugiardino....ci bevvi dietro un sorso di Guizza e mi gettai sul divano di pelle.
Stetti con gli occhi spalancati ad attendere il viaggio, che si fece trovare rapido, dato che non prendevo da molto tempo quelle pastiglie.
Sprofondai in un limbo di luci, poi mi misi a volare, sopra le città....sopra la Gente...vidi Gloria....autovolanti mi vennero incontro, vidi la guerra sotto di me, carri armati che avanzavano....l'Olocausto....cadaveri....poi mi fermai in una valle, in un deserto.
Vi era un'oasi, mi avvicinai lentamente, vi era un uomo con la barba scalzo, vestito di una tunica, coi capelli lunghi bianchissimi, sembrava Gesù, ma più vecchio.
Ai piedi e alle mani aveva delle ferite sanguinanti, io capii tutto quando mi parlò, era così sempice comprendere tutto e fino a quel momento non lo avevo compreso, che stupido che ero.
Andai con lui in un luogo dove non v'era nè morte nè sofferenza ed il cielo era come la terra.
Stavo bene lì, non avrei più voluto andarmene, finalmente ridevo, avevo visto la felicità...ma un latrato risuonò nel mio cervello, temevo fosse il Diavolo, mi ridestai dal sogno, era il campanello.
Andai a vedere dallo spioncino chi era... arrancai tra il mobilio del corridoio sbattendo da tutte le parti, non ero in me, i farmaci mi stavano attanagliando le viscere, ero come un drogato.
Vidi un uomo elegante, con un plico di fogli o qualcosa del genere in mano, ero titubante se aprire o no...forse era un Testimone di Geova, odiavo quella gente....la pistola Beretta Parabellum ad aria compressa era posta sul mobile vicino alla radio, la afferrai con la mano destra e quando l'uomo suonò nuovamente il campanello aprii lentamente la porta e da dietro la catenella mostrai solo il mio viso <<Cosa vuole?>> chiesi io, lui sorrise da dietro a quegli occhiali e mi chiese con la sua voce da checca <<Buongiorno signor Nomagio, è per caso interessato ad una rivista Marxista?...>>.
"Marxista" pensai tra me e me...ma cosa diavolo voleva dire?, lui intanto continuava il suo simposio <<..."Lotta Comunista" è una rivista del movimento, schierata per contrastare quella parte della minoranza attuale che crede ancora...>>.
La parola "Comunista" l'avevo capita benissimo e la odiavo, spalancai la porta e feci cenno all'ometto mingherlino e sbarbato di entrare, credeva di avermi convinto e che fossi interessato alla sua rivista di pessimo gusto, non sapeva che io ero un eroe silenzioso, mi muovevo nell'ombra per denunciare il marcio e l'ipocrisia nascente delle masse.
Chiusi la porta e lo guardai,nascondendo il revolver ad aria compressa dietro la schiena, lui continuò ancora convinto mi interessasse il suo discorsetto <<...vedo che lei è un uomo che ha capito i veri valori, lei probabilmente è un operaio bistrattato dai padroni, ma vedrà che se uniamo le forze li schiacceremo e il mondo sarà finalmente un luogo di PACE...>>, mi stancai e lo spinsi contro il muro bloccandogli il collo con l'avambraccio sinistro, lo trovai sbigottito e quando gli puntai la beretta sulla sua guancia sbarbata divenne bianco come un cencio, gli cadde il suo plico di merda in terra e sentii un olezzo farsi avanti da sotto il suo bacino, notai una macchia che si allargava sui sui pantaloni...era piscio, piscio ROSSO.
<<...mi lasci andare...>> balbettò lui mentre gli premevo sempre di più la carne con la canna della pistola, ero ancora fatto di psicofarmaci e non capivo che potevo mettermi nei guai, per me la cosa giusta da fare in quel momento era stritolarlo e buttarlo nell'immondizia, ma non lo feci.
<<Hai paura della morte?>> gli chiesi io, lui annuì <<Fai bene!>> replicai.
Lo afferrai per il bavero della camicia e lo sbattei contro la porta, fece un tonfo sordo <<La prego...mi lasci andare, non dirò niente...>> mentre parlava raccolsi i suoi giornali comunisti e glieli sbattei in faccia ripetutamente, lui si accasciò in terra nel suo mare di escrementi, poi gli dissi, sempre tenendolo sotto mira <<E' tutto lì il tuo coraggio da rivoluzionario? è così che difendi il tuo verbo? sai quanti ne ho fatti fuori di stronzi come te con questa?>>.
<<La prego...mi lasci andare ho dei bambini a casa...>> io gli sorrisi e sparai quattro pallini a raffica verso il corridoio, dopodichè gli aprii la porta e gli dissi in tono clemente <<Per questa volta ti è andata bene, io scherzavo...in realtà sono un tipo tranquillo>>.
L'uomo comunista si rialzò e mi ringraziò per la mia magnanimità, era in uno stato semi-confusionale, non volevo essere maleducato del tutto e acquistai comunque una copia del suo giornale, era pur sempre cultura.
Capitolo 9
La copia del giornale "Marxista" giaceva sul tavolo mentre io sorseggiavo la mia languida tazza di latte, la mia mano tremava mentre mi portavo alla bocca il cucchiaio con il liquido mischiato ad un taraluccio putrefatto.
L'effetto degli anti-depressivi non era ancora andato via, mi piaceva quella situazione nuova, sentivo che dovevo assumerne ancora, il dottor Buelli aveva ragione, le pastiglie facevano molto bene al mio cervello.
Nonostante quello non riuscivo a stare fermo con le mani e i miei nervi erano una frenesi violenta e spasmodica di incapacità di trattenersi, ero comunque mentalmente rilassato e sicuro di me.
La mia missione era iniziata, proprio quel giorno Cristo mi aveva parlato in sogno e dopo avevo umiliato il miscredente.
Accesi la televisione e l'alzai di volume, sempre più forte, finchè non udii i lamenti del vicino, ora non mi intimoriva più, ora era diventata musica per le mie orecchie, dopo mezz'ora venne a suonarmi alla porta, io non aprii e andai in bagno a prendere qualche altra pasticca, poi mi addormentai e dimenticai tutto.
Il giorno dopo mi svegliai di nuovo, ero vivo...ma non stavo bene...il mio corpo era infiacchito, i miei pensieri andavano verso il buio, la scarica di adrenalina del giorno prima mi aveva abbandonato, mi sentivo di nuovo solo, cercai di piangere senza riuscirci.
Trascorsi l'intera giornata nel letto, per un po' rilessi "Lotta Comunista", avevo fatto bene ad acquistarlo, mi faceva compagnia....Gloria non chiamava, chissà dov'era adesso?, cancellai il suo numero...ero sempre più depresso.
Girovagai nella mia rubrica telefonica, cercando qualcuno a cui telefonare...provai con Gabriele, non lo vedevo da anni, l'ultima volta era quando aveva avuto il bambino, non lo voleva...era stato un incidente...dovette sposarsi.
Mi rispose <<Pronto?>>,
<<Ciao, sono Gaspare...>>
<<Gaspare chi?>> chiese lui, non si ricordava di me
<<Gaspare Nomagio...>> dissi io
<<Ah!>> sentenziò lui
<<Non sto bene...>> replicai
<<Mi spiace>>
<<...sono malato...>> continuai io
<<Posso fare qualcosa?>> chiese lui gentilmente, ma un po' imbarazzato
<<No...prendo già le pastiglie...me le ha date il medico, tu come stai?>>
<<Nulla di che...>>
<<Ti ringrazio di avermi risposto...mi sento solo...>>
<<Mi dispiace...ora senti ti devo lasciare...scusami, mi ha fatto piacere sentirti...devo andare...riprenditi...in gamba eh!>>
<<Tu non mi capisci, sei un idiota!>>
<<Come?>>
<<Niente, ciao>>
buttai giù il telefono e posai la testa sul cuscino, stetti un po' ad osservare il soffitto scrostato, la giornata non passava, erano solo le 16:45 sulla sveglia.
Volevo morire, ma non ci riuscivo.
Capitolo 10
Era il giorno dopo, c'era nuvolo, io ero uscito per Cairo, ero da solo...passai dal fruttivendolo, acquistai due banane, le mi si in tasca, poi una la mangiai.
Ero in via Buffa, mi sentivo goffo, non ero a mio agio in mezzo alle altre persone, sentivo che mi guardavano dalle vetrine dei negozi, attraversai il portico, mi ritrovai davanti a Faraone, quello dell'autoscuola...Gloria stava uscendo, la vidi.
Mi vide anche lei, mi sorrise, io mi voltai, non avevo più voglia di salutarla, era come tutte le altre, dopo uscì anche il suo ragazzo, mi guardò anche lui, ma in un altro modo.
Mi allontanai di fretta... mangiai l'altra banana.
In piazza era pieno di cartelloni pubblicitari, si stavano avvicinando le elezioni comunali, i volti erano sorridenti, mi avvicinai ad uno stuolo di anziani che commentavano i vari personaggi dei manifesti.
Parlavano in dialetto, qualcosa riuscivo a capire, sentivo che sapevano tutto di tutti...quello nella foto di fronte a loro...dicevano che aveva il figlio tossicodipendente, che era stato in comunità...lessi il suo nome e lo slogan.
ELEZIONI COMUNALI CAIRO 1997
Per un paese più pulito vota AMEDEO DEBERNARDI
DOVE C'E' DEBERNARDI C'E' IMPEGNO.
Questo De Bernardi compariva tronfio su uno sfondo di tetti Cairesi, col suo volto sbarbato,elegantissimo, pochi capelli ed un sorriso ammagliante, chissà se lo incontravo di persona se mi sorrideva così.
Mi accorsi che il volto di Debernardi era appiccicato ovunque, vi era un'invasione...immaginai cloni di quest'uomo ovunque, sorridenti nel loro abito blu, finti fino al midollo e bramosi di potere e di farti le scarpe.
Rincasai nel tardo pomeriggio, davanti a casa mia, in Corso Italia, stavano ponendo gli ultimi manifesti politici, così dalla mia finestra avrei visto ogni istante il volto felice e amichevole di Debernardi.
Quando fui nel mio appartamento abbassai tutte le tapparelle, e stetti in silenzio, udivo la voce stridula del signor Francesco che liticava al telefono con un tale...roba di soldi...di condominio.
Accesi la tv sul primo canale, vi era il telegiornale, solite notizie: strage in una scuola in America...una madre che abbandona il neonato nella pattumiera...genitori che invece vengono addirittura mangiati dal proprio figlio...la solita guerriglia sanguinaria nei paesi arabi...per poi finire col costume e mostrare i culi delle vallette e dei divi più carini del momento...la vita e la morte si fondevano in un tubo catodico, ecco cos'aveva creato l'uomo in tutti quegli anni...il nulla.
Capitolo 11
Avevo questa sensazione ripida, qualunque inibizione al posto di un'idea, c'era un'aria minacciosa per la via che alimentava la paura, mi faceva impazzire...
Seduto sulla mia panchina in piazza sotto il sole osservavo i comportamenti della gente, "sono un nevrotico" pensavo, mentre scrutavo gli altri e mi prendevo due pastiglie dalla tasca colandole con la saliva, avevano un gusto amaro, come la mia vita.
Poi vidi quello dimagrito, con quell'aria bizzarra, stranita...più in là i bambini in bicicletta che ridevano allegri, mentre io ero triste e solo.
Questa solitudine diabolica che mi rendeva psicotico, loro non sapevano che avevo il potere di distruggerli però...mi bastava chiudere gli occhi e sognare che non esistessero.
Ancora manifesti politici appesi ai muri, falci-martello....rune....e falsi sorrisi.
Feci due passi in Via Roma, un tale che conosco mi chiese una firma per la sua lista civica, io gliela lasciai, mi ringraziai..."i ruffiani non muoiono mai quando hanno bisogno" riflettei tra me e me.
Io non ero nessuno, ed ero forse coglione ma ero ancora in strada...in quella città di fantasmi, una città surgelata, riuscivo ad attraversare i corpi delle persone, forse non esisteva più nessuno, c'ero solo io al mondo, una guerra nuclerare aveva ucciso tutti e l'unico sopravissuto ero io.
Poi mi affacciai alla scena, davanti alla pizzeria di Guido incontrai di nuovo lei...Gloria con il suo ragazzo, erano tutti contenti, solari e si scambiavano baci, ma a me non me li dava...perchè non me li dava?
Li seguii a distanza, lui l'accompagnava a casa, ora sapevo dove abitava, lo lasciai andare via, poi citofonai a caso chiedendo di aprirmi la porta, qualcuno me la aprii, non sa che male stava facendo.
Suonai alla sua porta, lei chiese chi fosse... <<Sono Gaspare!>> affermai con tono arcigno, lei apii piano la porta, io la scaraventai subito per terra <<Non sei tu che vuoi l'uomo forte?>>, le sue ulra mi trapanarono i timpani, chiamava aiuto come una gatta ferita, ma io la presi per i capelli e la sbattei sul letto e la riempii di schiaffi e le chiesi i suoi baci ma lei non me li diede!
<<Dimmi che tu non ce l'hai con me!>> chiesi sommessamente con un pianto mentre con un coltello preso in cucina la squartai come un agnello, il sangue colava sulle lenzuola mentre giaceva morente.
<<Dai dimmi che non ce l'hai con me!>> ero in lacrime chino sul suo corpo, in un oceano di sangue e liquame, tutti gli organi fuori, la sua gola squartata, finalmente la baciai, spingendole nell'interno della bocca la sua lingua bianca e morta.
Un vicino curioso affiorò dalla porta socchiusa, nell'oscurità... era Francesco, eppure abitava in un altro palazzo, com'era possibile?
<<Avete bisogno di aiuto ho sentito dei rumori?>>,
<<No va tutto bene qui!>> risposi io mentre mi asciugavo le mani in bagno.
Attesi che l'uomo se ne andasse, poi, prima di uscire riguardai Gloria stesa sul letto con gli occhi sbarrati, la salutai e le promisi che sarei tornato.
Sul pianerottolo incrociai di nuovo il vicino impiccione, mi osservò bene, io gli chiesi <<Cosa vuole? perchè mi guarda?>>
<<niente, niente scusi...>>, reagii d'istinto e lo spinsi giù dalla rampa delle scale, quando uscii dallo stabile notai che molte luci alle finestre si accesero, qualcuno urlava di spavento, me ne andai con le mie mani in tasca, con i jeans macchiati del sangue di Gloria.
Capitolo 12
Il giorno dopo mi risvegliai nuovamente, avevo fatto un sogno strano...confuso...non lo ricordavo più bene.
Mi rigirai nel letto socchiudendo gli occhi, cercando di riprendere sonno, poi vidi che qualcosa era cambiato nella mia stanza...anzi molto.
Un altro letto era posto accanto al mio, con le coperte bianche immacolate, vuoto, mi spaventai alla sua vista, poi sentivo dentro di me che era normale che ci fosse, c'era sempre stato.
Intorno a me non vi erano più i miei mobili, nè lo stereo, nè la solita sporcizia, era tutto pulito, vi era un placido odore di disinfettante, il soffitto era bianco, come le pareti.
Ai piedi del mio letto vi era una sedia, di fianco a me un piccolo comodino con un bicchiere d'acqua.
Ma dove diavolo ero finito? mi sollevai angosciato dal mio letto, ero in pigiama, uscii dalla mia stanza e al di là della porta non vi era il mio appartamento, ma un lungo, lunghissimo interminabile corridoio illuminato da luci al neon, mi incamminai verso il lato alla mia destra, avevo paura non terminasse mai ed ero debolissimo, facevo fatica a muovermi, notai che vi erano altre stanze dai lati, erano migliaia, con gente coricata nei letti, persone che non stavano bene, ero in un ospedale!
Giunsi sulle scale e scesi di un piano, incontrai il signor Francesco..."anche lui qui?" pensai, era su una sedia a rotelle, aveva un aspetto orribile, la bocca storta e un infermiere gli porgeva il cibo con un cucchiaio.
Io ero sempre più spaventato, volevo uscire da quell'incubo, mi misi a correre frenetico, oltrepassai un altro corridoio, da alcune stanze provenivano lamenti di dolore.
Mi imbattei in Gloria, era vestita di bianco <<Gloria!>> esclamai preso dal panico, ero tutto sudato, le forze mi stavano abbandonando, lei si girò verso di me e mi riconobbe <<Signor Nomagio, cosa fa qui? non è il suo reparto!>>.
<<Quale reparto? cosa stai dicendo? io non ci capisco più niente!>> chiesi io.
<<Diomio signor Nomagio...cosa dobbiamo fare con lei eh! venga con me che l'accompagno nella sua stanza!>>.
Ero stordito, mi lasciai guidare da lei, come fosse mia madre, la tenevo per mano.
In breve mi ritrovai di nuovo nel letto, insieme a Gloria di fronte a me giunse un altro individuo con il camice bianco, lo riconobbi...era l'uomo sui manifesti politici...ma ora era diventato un medico, era Debernardi.
<<Cosa ci faccio qui?>> chiesi quasi in lacrime <<Perchè non sono a casa mia?>>
Debernardi disse a Gloria qualcosa, dopodichè lei mi prese il braccio sinistro e mi ci infilò un ago, sentii male, dopo a poco a poco mi ritrovai più intontito.
<<Signor Nomagio si tranquillizzi, è tra amici...>> mi disse lui, io replicai <<Ma dove sono? vi prego ditemi qualcosa! cosa mi è successo, ho avuto un incidente? ho dei ricordi confusi...>>
<<No nessun incidente...>> disse sommessamente, guardando negli occhi Gloria che appariva triste.
<<Come mai sono qui allora?>> chiesi io sempre più disperato.
<<Lei è da Noi da dieci anni dal 1997...si trova in una Clinica, lei soffre di una forma acuta di depressione, con sdoppiamento della personalità,estremi attacchi confusionali, mania di persecuzione, allucinazioni ed attacchi di panico, abbiamo provato con ogni psicofarmaco in nostro possesso, ma niente...purtroppo non abbiamo ottenuto risultati positivi, qualche giorno fa lei ha firmato per sottoporsi all'elettro-shock...faremo questo tentativo tra qualche giorno, appena i tecnici sistemeranno i macchinari>>.
Guardai Gloria, poi di nuovo Debernardi, ero in lacrime <<Ma come è possibile tutto questo? Dieci anni della mia vita qui dentro? Io ricordo che fino a ieri ero a casa mia...a Cairo Montenotte...come è possibile tutto questo?>>.
<<No, lei è sempre stato qui dal 1997 glielo ho detto, oggi è il 23 aprile 2007...purtroppo glielo ho detto... lei soffre di uno stato perennemente confusionale, con alterazione della realtà, in pratica ciò che vive e ciò che sogna per lei non fa alcuna differenza...>>
<<Mio Dio! ma questa clinica dove si trova? a Cairo Montenotte?>> chiesi io con un barlume di speranza, almeno ero vicino a casa...
Il medico trasalì, si tolse gli occhiali, li pulì con il bavero del camice e se li riposizionò sul naso <<No, Cairo Montenotte non esiste...lei è ossessionato da quel luogo...ma non è mai esistito è solo il frutto della sua immaginazione>>.
<<Allora...tutto ciò che ho vissuto...>>>
<<Si...tutto ciò che lei ritiene di aver vissuto in quel luogo, non è mai successo, purtroppo glielo ripeto ogni volta che la vedo, ma dopo se lo dimentica subito e ripiomba nei suoi incubi>>.
<<Ho sognato sangue...che uccidevo...>>
<<Lo so...e vede anche gli Ufo e parla con Dio...mi ha raccontato tutto durante molte sedute...mi dispiace...>>
Il medico e l'infermiera mi salutarono gentilmente, anche loro erano tristi, anche se non come me...restai solo in quella stanza bianca, mentre si avviava l'imbrunire.
Mi avvicinai alla mia finestra, fuori vi erano i ciliegi in fiore e più giù le colline verdi e più in alto nel cielo azzurro, oltre le nubi un disco volante stava solcando il cielo.
FINE | |
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